Avevo un piano.
Un piano serio.
Orari, frecce… anche due colori.
Non ricordo dove l’ho messo.
Dovevo andare dritto,
tenere il passo giusto,
ma una curva mi ha sorriso
e ho pensato: “Quasi, quasi…”
Dovevo fare presto,
non guardare tutto intorno.
Sono uscito per il pane,
sono tornato con un sogno.
Ho fatto una lista per trovare la lista,
ho una sveglia puntuale che rimando con precisione.
Cerco il telefono, ce l’ho nella mano,
poi risolvo per sbaglio un altro problema lontano.
Uno, due, tre—
no, aspetta, ripartiamo.
Avevo una frase bellissima…
Niente.
Andiamo.
Avevo un piano,
forse era perderlo,
tra una strada dritta
e una curva che non so.
Avevo un piano,
o almeno credo un po’.
Non seguo sempre il tempo,
ma il ritmo ce l’ho.
Il ritmo ce l’ho.
Il tempo… dipende.
Tu contavi quattro quarti,
io entravo sul levare.
Mi guardavi un po’ perplessa,
poi hai iniziato a ballare.
Non mi tieni sulla linea,
non mi lasci deragliare.
Dici solo: “Prendi fiato.
Poi vediamo dove andare.”
Vedo una porta, una luce, una possibilità,
mentre tu stai ancora chiedendo
dove volevamo andare.
La mia testa corre avanti,
poi ritorna, poi riparte,
fa tre curve nella frase
e trova il centro da un’altra parte.
Non è magia.
Non è sempre un dono.
È un motore senza folle
che conosco un po’ ogni giorno.
Avevo un piano,
forse era perderlo,
tra una strada dritta
e una curva che non so.
Avevo un piano,
o almeno credo un po’.
Non seguo sempre il tempo,
ma il ritmo ce l’ho.
Lo so.
A volte non fa ridere.
Perdo un’ora,
una promessa,
la pazienza di chi resta.
Non voglio chiamare dono
tutto quello che fa male.
Ma c’è una bella differenza
tra una gabbia e un "guardrail".
Non spegnere il motore,
aiutami a rallentare.
Non devo andare dritto.
Devo imparare le curve.
Avevo un piano,
forse era perderlo,
tra una strada dritta
e una curva che ora so.
Avevo un piano,
ma non era essere voi.
Non seguo sempre il tempo,
balla il ritmo insieme a noi.
Avevo un piano,
forse era perderlo.
Forse era questo…
Ma non lo so.
Comunque…
sai mica dove ho messo le chiavi?